La voce del mattone

Posted on gennaio 13, 2012

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Questo articolo è stato pubblicato lunedì 9 gennaio su Siderlandia, nella rubrica Officina Narrativa

Accade che a Martina Franca la Procura metta sotto sequestro un area boschiva e un cantiere edilizio in cui stavano per essere costruiti 44 appartamenti, tredicimila metri cubi di cemento colato in una pineta in cui esiste un’antica neviera. L’accusa dice che l’ex dirigente dello sportello unico per l’edilizia avesse dichiarato che l’intervento era solo per ristrutturare costruzioni già esistenti (mentre nella pineta c’erano solo pini e pigne) e che quella era un’area in cui si poteva comunque costruire, in barba al Piano Particolareggiato, scaduto nel 2000.

La solita storia, penserà il lettore: l’imprenditore che unge le ruote amministrative e il dirigente corrotto che, pur di permettersi il Suv, accetta di favorire questo o quello. Ma a questo bisogna aggiungere che l’imprenditore, forse il più noto di Martina Franca o, almeno, quello che da dieci anni condiziona l’economia locale, ha chiamato a raccolta il suo ufficio stampa e ha deciso che la miglior difesa è l’attacco, soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione, anche quelli sociali.

Premettiamo che le indagini sono ancora in corso e sappiamo benissimo che il risultato può essere qualunque. Ma a noi preme evidenziare la strategia messa in atto dal noto imprenditore per difendersi, almeno pubblicamente.

Il signor G, chiamiamolo così, occupa nell’immaginario locale uno spazio predominante: viene considerato “temuto” o “invidiato”; sicuramente tutti, ma proprio tutti i cittadini sanno cosa fa e quali sono o sono state le sue frequentazioni. Si era sempre tenuto alla larga dalle dispute di paese, almeno non era mai intervenuto mettendo la sua faccia. Questa volta è però cambiato qualcosa. Innanzitutto dopo il sequestro le due più note testate locali si schierano al suo fianco (e questo non ci deve sorprendere); poi invia una lettera in cui si scaglia contro le associazioni ambientaliste, colpevoli, secondo le sue parole, di prendersela con lui a prescindere, manovrati da qualcuno che ha altri interessi. La politica, infine – colpo di genio della lettera pubblicata ovviamente per intero – è la causa di tutti i mali nella cittadina della Valle d’Itria.

Altro giro, altra corsa. Sui social network i rappresentanti della associazioni fanno notare che non c’è nessun disegno politico e, soprattutto, non hanno i mezzi per condizionare le scelte della magistratura. Facebook è uno strumento potentissimo e chi sa utilizzarlo può determinare anche il cambiamento di umore di una comunità. Esistono però delle regole precise. In primo luogo la fiducia, che ognuno sia quello che dice di essere e che si metta in gioco in prima persona. Su Facebook Obama ha gli stessi mezzi dell’ultimo bambino che costruisce giocattoli nelle fabbriche cinesi. A differenza di una testata in cui la redazione sceglie cosa pubblicare o no, sul social network tutti possono commentare e tutti possono pubblicare. Non ci sono limiti, non ci sono privilegi, non ci sono differenze di censo, casta o classe.

Il sig. G. decide di intervenire nella discussione, utilizzando un account di un amico che scrive una lettera minatoria nei confronti di chiunque osi criticarlo, facendo pesare il suo ruolo nell’economia e il fatto che è chiaro, secondo il noto imprenditore, che l’attacco è chiaramente politico. La pineta storica era una discarica a cielo aperto, tanto vale la pena costruirci sopra 44 appartamenti (stessa linea seguita pedissequamente da alcuni giornali locali). Il primo aggiornamento di stato inizia così:

“Caro Sig. P.,
sono un amico del Sig. G. che mi ha chiesto di utilizzare il mio
profilo, non avendone lui uno proprio in quanto non ha il tempo per dedicarsi ad altre attività, essendo la sua giornata già ricca di impegni legati alla sua attività imprenditoriali. questo è il suo messaggio…”

Sintesi del messaggio: mi prendo cinque minuti dal mio lavoro, sicuramente più gratificante del tuo, per scriverti su un mezzo che non uso perché, appunto, non ho tempo da perdere. Il messaggio continua spiegando le sue ragioni e tentando, goffamente, di stabilire un dialogo con la parte opposta. Scegliere di intervenire in prima persona nell’agone non può che significare che le relazioni si sono indebolite e che non ci sono più quelle dinamiche che permettevano ai problemi di risolversi, ahem, con una stretta di mano. Il sig. G. ci mette la faccia, lo fa a modo suo. Tende la mano, sembra almeno, ma alla fine dedica al suo avversario una poesia:

“LA VITA CHE NON VIVE”
GLI UOMINI PERDONO LA SALUTE PER ROMPERE LE SCATOLE A CHI LAVORA…
POI PERDONO I SOLDI PER GUARDARE IL SUCCESSO DEGLI ALTRI…
GLI UOMINI PENSANO ANSIOSAMENTE AL FUTURO DEGLI ALTRI… E SI DIMENTICANO IL
LORO FALLIMENTO…
GLI UOMINI VIVONO MALE PER LA RICCHEZZA DEGLI ALTRI E NON SI ACCORGONO CHE IL
LORO SEMINATO STA BRUCIANDO…
GLI UOMINI DIVENTANO INVIDIOSI E CATTIVI PUR DI ESSERE PROTAGONISTI…

Parole che potrebbero dimostrare che il sig. G. non concepisce per nulla la possibilità di amare tanto un territorio da volere la sua tutela al di sopra di ogni cosa e non concepisce azioni politiche o di protesta se non per invidia nei confronti del successo altrui.

Potremmo dire al sig. G. che molti di noi lavorano notte e giorno per superare sé stessi e non gli altri, potremmo dire che nessuno di noi ha mai invidiato la sua condizione. Potremmo anche dire comprendiamo il suo stato d’animo ma che dovrebbe dotarsi di spin doctormigliori, addetti stampa che utilizzino il cranio non solo per coniugare il congiuntivo.

Potremmo dirlo, ma non sappiamo come fare, dato che è l’esempio del potere che parla per interposta persona, si relaziona solo con chi non gli dice mai no, che decide di interloquire solo se non viene interrotto.

A noi sembra che, grazie ai mezzi di comunicazione 2.0, le dinamiche del potere debbano inventarsi nuove strategie, non potendo ridurre al silenzio e non potendo pretendere compiacimento. Scrivere per interposta persona su Facebook significa pretendere di forzare un quadrato in uno spazio rotondo, ostentando una superiorità che non vuole scendere a patti, che considera le persone o merci o serve, per cui avere un account su Facebook significa non avere nulla da fare. Eppure il messaggio della lettera sembra andare oltre le parole. Sembra tentare di ribadire la volontà di controllo che non può esserci (almeno non in maniera così goffa e feudale) sui nuovi mezzi di comunicazione. Noi ci confrontiamo, urliamo, ci offendiamo, ma sicuramente non obbediamo più.

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