Gli immigrati non puzzano uguale

Posted on marzo 26, 2011

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Dopo l’intervista ad Atsuko, mi ha contattato un amico per chiedermi se poteva essere in qualche modo utile nei confronti delle vittime della catastrofe giapponese. Vedere la condizione in cui sono ridotte le città e il rischio di un’esplosione nucleare ha sicuramente toccato le corde solidali di molti di noi. Non avendo disponibilità economiche, questo amico ha messo a disposizione un’abitazione per una famiglia numerosa. Gli ho risposto di non sapere come o cosa fare, o a chi far arrivare la richiesta, ma che mi era molto più semplice metterlo in contatto con qualcuno che lavora con i profughi o i richiedenti asilo africani. Immediatamente questo amico ha ritirato l’offerta, giustificandosi col fatto che le radiazioni nucleari sono ben altra cosa rispetto ai problemi africani.

Vero. Una centrale nucleare è evidentemente più pericolosa di un dittatore impazzito. La prima uccide indiscriminatamente, il secondo sceglie con cura i suoi bersargli.

L’episodio però offre uno spunto di riflessione serio: gli stranieri non sono percepiti tutti alla stessa maniera. Se quest’affermazione può sembrare ovvia, non farebbe male rifletterci su…

Il popolo giapponese, nell’estrema distanza geografica e culturale dall’Italia possiede, probabilmente, nel nostro immaginario, un’aura di esoticità (lontananza) particolare a cui si aggiunge una costruzione culturale iniziata e sviluppata negli anni ottanta e novanta, in cui Giappone significava efficienza e tecnologia.  Scatta in noi quello che alcuni chiamano “orientalismo“. A parte questo, il Giappone è sufficientemente lontano per non sentirci davvero coinvolti: la tragedia è gravissima, faremmo volentieri qualcosa ma non è che possiamo trasferirci in Giappone a scavare con le mani. Basta un sms di due euro e la coscienza è tranquilla.

Con i tunisini è diverso. Premesso che per tunisini tendiamo a chiamare tutte le persone che vengono dal Maghreb, le centinaia di persone che affollano Lampedusa creano ansia e timore. “Dove li mettiamo?” “Non saranno troppi” “L’Europa deve darci una mano” “Potevano stare a casa loro”. Emblematico è il passaggio dell’ultima puntata di Anno Zero in cui il ministro La Russa difendeva la politica razzista del governo, dicendo che non sono profughi perchè in televisione non si dice che a casa loro c’è la guerra. I barconi di migranti che sfidano la morte nel Mediterraneo non ci fanno la stessa tenerezza dei giapponesi che bevono acqua radioattiva.

Perchè?

Perchè sono più vicini a noi, li possiamo toccare con mano, sappiamo che è qualcosa che prima o poi ci toccherà affrontare. Poi perchè veniamo da decenni in cui il nostro sguardo è sempre stato spostato a nord-ovest, ignorando quasi volutamente cosa accadeva dalle parti dell’Africa mediterranea. I “marocchini” e i “tunisini” erano quelli che vendevano le catenine sulle spiagge e gli egiziani erano buoni se facevano i camerieri a Sharm. Nella nostra testa, più o meno inconsciamente, abbiamo sempre associato l’immagine dei maghrebini alla povertà, al bisogno, al rischio che ci rubassero il lavoro. Altra storia: il lavoro…

Il tunisino che sbarca a Lampedusa ci sembra più povero di noi, più stupido, meno istruito, bisognoso di tutto, e per questo la massa di disperati che dorme in spiaggia ci mette  quell’ansia che, sfruttata abilmente da alcuni media asserviti, tramuta gli sbarchi in campagna elettorale. Eppure siamo disposti ad ospitare i giapponesi (perchè hanno la Toshiba e i Casio, tutti sono ingegneri e tutti disegnano Matzinga Z). Strana storia questa solidarietà, non sarà perchè siamo davvero razzisti?

 

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