Libia, una questione di politica interna

Posted on febbraio 25, 2011

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Ragionando per assurdo, possiamo dire che chiedere con forza che qualcuno si occupi della situazione in Libia può essere paragonato a chiedere con forza che qualcuno faccia qualcosa contro chi costringe le donne al burqa e abbatte gigantesche statue di Budda. Tipo i talebani. Gheddafi e il suo regime sono tratteggiati a tinte così forti che non lasciano spazi a dubbi: il colonnello libico è il Male Assoluto. 10’000 morti, fosse comuni, stragi, mercenari sanguinari assoldati perchè anche il suo esercito si è ribellato e schierato con il popolo che chiede libertà.

Per essere onesti, bisogna dire che non ci sono documenti ufficiali, non ci sono testimonianze, non ci sono foto, non ci sono filmati di quanto sta accadendo in Libia, se non le dichiarazioni di Gheddaffi che minaccia l’Europa di chiudere il rubinetto del gas e del petrolio e di aprire quello dell’immigrazione. Minacce che contribuiscono a rafforzare l’immagine di Maligno del Colonnello.

Ed è il manicheismo che insospettisce. Al netto della giustezza delle manifestazioni, della solidarietà espressa in tutti i modi ai cittadini libici che si ribellano ad un dittatore, il rischio che si corre è legittimare in buona fede un massiccio intervento militare che non farebbe altro che generare altre tensioni in uno scenario geopolitico molto fragile. Un intervento militare metterebbe l’Occidente (perchè si parla di Onu, naturally, o di un ensemble di stati europei) nelle reali condizioni di controllare due cose:

1) Le riserve di materie prime, come il gas e il petrolio

2) Il flusso dei migranti verso l’Europa

Due motivazioni molto ghiotte: abbiamo mandato soldati a morire per molto meno.

Intervento militare quindi, richiesto da alcuni dell’UE e rilanciato da alcuni benpensanti.

Davvero vogliamo questo? Secondo un’intervista rilasciata a Swissinfo.ch, un esperto di giustizia internazionale, riferisce che davvero non ci sono le condizioni perchè qualcuno possa presentarsi armato sulle coste del Golfo della Sirte, perchè alcuni hanno debiti, altri hanno i militari impegnati in Afganistan, ed altri ancora tutte e due le cose insieme.

Chi dovrebbe intervenire allora? Solo un movimento di opinione potrebbe costringere un intervento in Libia. Un movimento di solidarietà per la lotta contro Gheddafi. Un’opportunità da cogliere al volo, quindi, legittimati proprio dai sempreverdi pacifisti.

Allora non si dovrebbe fare niente? Una soluzione potrebbe essere trattare la cosa per quella che è davvero: un’ondata di rivolta sta scuotendo il nord dell’Africa, un vento di rivoluzione che ha già mandato via Ben Ali dalla Tunisia e Mubarak dall’Egitto. Mentre Gheddafi minaccia di lasciar passare le decine di migliaia di rifugiati allora dimostrarsi pronti ad accoglierli, e se ci taglia il petrolio, poco male, andremo a piedi.

Ma Gheddafi è anche amico di Berlusconi. Ecco perchè la Libia è una questione di politica interna. Di più: la collaborazione con la Libia è uno dei pilastri su cui si è fondata la politica di questo governo: in cambio di 5’000’000’000 di dollari, Gheddafi si impegna a bloccare il flusso di migranti africani. La lotta alla clandestinità l’hanno fatta i libici e non i padani. Da che parte deve mettersi il Governo italiano? Dalla parte dell’UE che propone un intervento armato o dalla parte del Colonnello, che non deve essere disturbato? Una situazione troppo complessa per essere risolta nel tempo di una trasmissione di Santoro.

Un buon presupposto potrebbe essere quello di non mostrarsi terrorizzati a dover accogliere 250’000 rifugiati.

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