Nel futuro ci aspetta Ghost in the Shell

Posted on dicembre 3, 2010

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“La prossima guerra sarà per catturare l’attenzione”. Con queste parole inizia il Public Camp 2010, il meeting dei comunicatori pubblici che si sono riuniti per il secondo anno consecutivo a Bari nell’ambito del Festival dell’Innovazione. Le parole con cui Eugenio Iorio, dirigente della Comunicazione Istituzionale della Regione Puglia, dà il via alle danze dell’incontro inaugurale “La società delle reti. Quando la comunicazione produce agire pubblico” fanno immediatamente capire qual è la posta in gioco in questi tre giorni in cui si alterneranno personaggi del calibro di Manuel Castells, Albert Làszlò Barabàsi e Michel Maffesoli, solo per citarne alcuni tra i più citati nelle lezioni di comunicazione. “In una società in cui la saturazione dell’attenzione (information-overload, direbbe Chomsky) rende ormai inutile la ripetizione all’infinito del messaggio, strategia che ha fatto la fortuna di Berlusconi imprenditore”, e ancora: “se la stagione dell’illuminismo è finita, le persone non si convincono più con gli strumenti della logica ma puntando alle emozioni”. Quindi “il terreno su cui si gioca la partita è la relazione”.

Immaginare la società del “futuro anteriore” è un compito che tocca anche ai comunicatori, a coloro che, scientificamente, costruiscono le narrazioni in cui viviamo quotidianamente, creando i nostri bisogni, i nostri miti, i nostri ideali. A Bari, nei tre giorni del Public Camp, si discute del mondo futuro citando Matrix e “Ghost in the Shell”, e non Marx o Smith perché, come dice Castells (e abilmente riportato nel materiale di comunicazione dell’evento): “[…] il potere si fonda sulla comunicazione”.

Il pensiero va immediatamente a internet, quindi, ai social network che tanto stanno influenzando il modo di interagire tra esseri umani. Iorio è chiaro fin da subito “non è vero che il web è democratico e libero”. E non tanto perché ogni nostra parola è controllata, ma perché i protocolli di funzionamento dell’intero sistema sono di proprietà privata, Google decide cosa dobbiamo trovare se cerchiamo “albergo a Roma” e Facebook archivia i nostri gusti personali in materia di musica, di politica o di religione.

Se condivido le foto delle vacanze con gli amici, inconsapevolmente sto contribuendo ad una ricerca di mercato. Con buona pace di Debord, siamo ingranaggi del sistema anche quando siamo in chat.

Il problema diventa tattico: capire chi detiene il potere permette di studiare strategie efficaci. Secondo i relatori è chiaro: sono gli influencer, quei nodi di rete che hanno un numero di contatti significativo che possono determinare non più la produzione di informazione ma la sua trasmissione, hub umani che gestiscono centinaia di contatti/relazioni. Lo spiega il fisico Baràbasi durante la sua lectio magistralis, portando gli esempi di tutte le strutture reticolari presenti in natura, le cui leggi di funzionamento non sono affidate al caso ma ad algoritmi precisi che non siamo in grado, ci scuserà chi legge, di riportare.

Il rischio, paventato durante la relazione introduttiva di Iorio, è che i meccanismi di comunicazione che fanno funzionare la rete, possano essere utilizzati anche a insaputa dei cittadini, per vendere uno shampoo o per insegnarci ad odiare i rom (per esempio).

Mentre l’evento inaugurale va avanti, sullo schermo di sfondo scorrono i twit che hanno per tema il Public Camp. Dai loro tablet, da i loro smart phone, gli studenti di comunicazione e gli addetti ai lavori, commentano gli interventi in diretta. In tipico stile 2.0.

La posta in gioco è il rapporto tra istituzioni e cittadini, tra pubblico e privato, tra democrazia e dittatura. Capire come funziona permette di prendere delle contromisure, attraverso strumenti tattici che, superandolo, sono la naturale evoluzione del mediattivismo degli anni novanta. Non Indymedia, quindi, ma “cavalli di Troia” che diffondano buoni significati. Capire come funziona è indispensabile anche perché quello che accade accada all’interno delle regole della società democratica. Nell’infinita produzione di micro narrazioni attraverso i social media, che mettono noi al centro del racconto, è fondamentale che gli obiettivi siano chiari per tutti, perché la trasparenza (dell’obiettivo, non come obiettivo) è requisito fondamentale della democrazia.

In un altro campo, in un’altra storia, Di Lernia, antropologo medico, parlando del rapporto tra chi cura e chi è curato dice che il potere è necessario affinchè possa essere combattuto lo stato di malessere, ma le regole tra paziente e medico devono essere chiare, concordate, trasparenti. Altrimenti il potere muta la sua forma e diventa dominio.

 

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