Il senso di legalità inizia da un divieto di sosta

Posted on novembre 15, 2009

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All’iniziativa dell’Idv provinciale parlano Orlando e Scialpi. Ma c’è un ma…

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Convegno sulla legalità

Dell’iniziativa di stamattina dell’Italia dei Valori della Provincia di Taranto, che aveva per tema la legalità, la giustizia e la contraddizione nelle leggi, potremmo dare diverse letture. La prima, entusiastica, vede una platea piena di gente, ragazzi, famiglie e anziani che ascoltavano attenti le parole sagge dell’esperienza di un buon amministratore come Leoluca Orlando, la seconda invece è, forse, il senso reale delle cose si perde un po’ nei grandi paroloni e rischia di non concretizzarsi mai, perchè tanto non tocca a me.

Andiamo con ordine però.

L’iniziativa dell’Idv si inserisce in un ciclo di cinque giornate itineranti nella provincia sul tema della legalità. A Martina Franca si è tenuto il primo, a cui hanno partecipato Antonio Scialpi, professore del Tito Livio di Martina e storico ex PCI – PDS – DS, consigliere comunale, uomo simbolo della sinistra martinese e Leoluca Orlando. In sintesi si chiedeva ai relatori come e cosa bisognerebbe fare per ripristinare il senso di legalità che, soprattutto a Martina ci tenevano a sottolineare, sembra ormai perso. Antonio Martucci, ex AN, commissario provinciale Idv, ha letto alla platea due sentenze, una famosa di archiviazione di un caso che riguardava alcuni noti personaggi martinesi, che aveva come motivazione il fatto che il fatto è troppo ingarbugliato, mentre l’altra invece in cui si riconosceva un sistema di malaffare effettivamente presente e facente capo ad un ufficio specifico del comune.

Martina non è un caso a sè, hanno ribadito gli altri, soprattutto Orlando, ma è uno dei tanti in un Italia mafiosizzata, in cui il diritto diventa favore non solo in Sicilia o in Calabria, ma anche a Reggio Emilia e in Trentino. Orlando dice, concludendo il suo intervento, magnifico a tratti, che da 15 anni a questa parte i comportamenti peggiori del Sud sono stati esportati in tutto lo stivale. E non solo: il problema di fondo è che bisogna iniziare a dare risposte politiche a problemi politici. Non bisogna aspettare la sentenza della magistratura per pensare di qualcuno che non è idoneo a governare. Non bisogna chiedere al magistrato se una cosa è giusta o meno. Deve essere patrimonio comune, valore condiviso, sapere cosa si può o non si può fare: “ci sono cose che non sono nè peccato nè reato” dice Orlando “ma non per questo è giusto farle”.  Anzi: “Se io rivendico il diritto di parlar bene di un condannato  –  e qui cita Mandela e Ghandi – ho anche il diritto di parlare male di una persona incensurata”. E questo è, a ben vedere, un approccio politico alla questione morale. Il problema quindi, è politico. Traducendo come ci piace fare, a Martina questo ragionamento significherebbe che personaggi che oggi occupano cariche importanti, non dovrebbero farlo, non perchè condannati, ma per i loro rapporti con ambienti malavitosi e per il conflitto di interessi.

Il conflitto di interessi.

Orlando spiega alla platea attenta che il conflitto di interessi non è solo quello di Berlusconi, ma è qualunque tipo di comportamento che mischia controllore e controllato, appaltatore e appaltante, chi vende e chi compra. Un consigliere comunale non può essere l’ingegnere il cui studio partecipa ad una gara d’appalto comunale, per intenderci. Possiamo provare a controllare quelli che stanno seduti in Consiglio Comunale. Ma non lo faremo. Non oggi almeno.

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L'intervento del senatore Orlando

Orlando è stato chiaro: l’Idv non è il partito dei giustizieri, dei vendicatori, di coloro che vogliono giustizia contro i torti subiti attraverso l’azione dei magistrati, ma è il partito “dei diritti”. Il messaggio è chiaro: serve la politica e l’Idv non raccoglie solo coloro che vogliono vendicarsi nei confronti di ex colleghi – compagni – camerati di partito.

E fin qui la cronaca.

L’analisi invece è che si corre spesso il rischio che le cose di cui ci lamentiamo sembrano così lontane da noi che siamo quasi giustificati a non far niente. Riconoscere che c’è del marcio, non ci esime dall’essere noi stessi portavoce e portatori di buoni propositi/valori. Faccio un esempio concreto: davanti all’auditorium Cappelli, dove si è tenuto il convegno dell’Idv c’era tanto di cartello con divieto di sosta e la minaccia di rimozione coatta. Naturalmente è stato totalmente ignorato, nonostante il convegno era centrato proprio sulla legalità! Naturalmente si può obiettare che un divieto di sosta non è paragonabile all’associazione mafiosa. Ma il punto è proprio questo: la superbia di considerarsi giustificati, al di sopra, tracotantemente proiettati sopra gli altri, tanto da giustificare a sè stessi quello che si indica agli altri. In un’intervista fatta due anni fa a Jabbar Yassin Hussin, scrittore iracheno, profugo in Europa da anni, militante politico comunista perseguitato da Saddam, chiesi cosa potevamo fare noi, piccoli occidentali, affinchè la tragedia irachena (dittatura+esportazione della democrazia coi tank) non si ripetesse ancora. Rispose semplicemente che bisognava combattere tutte le ingiustizie che si parano davanti. Solo così la Grande Ingiustizia, Saddam, Bush, i terroristi, i broker corrotti, Totò Riina, Licio Gelli, etc etc, avranno meno potere, o nessuno. Abituarsi a lottare ogni giorno, anche partendo dal divieto di sosta o dalla doppia fila. Questa è l’etica, condivisa, a cui nessuno è superiore, su cui si basa la legge e l’azione dei politici. Altrimenti anche la giustizia, quella delle leggi, diventa nient’altro che un privilegio di pochi, di coloro che, in presenza di un divieto di sosta, sono convinti di poter parcheggiare.