Il passo transumante

Posted on luglio 16, 2009

28


Questo articolo è frutto di un reportage fatto da me e dal fotografo Marco Semeraro: una settimana al seguito di una mandria di vacche podoliche che da Laterza si sono spinte fino al Basento.

(pubblicato su Carta del 11/07/2009)

_MAR7710 (Small)

La transumanza inizia alle 3 e 15 di mattina, quando suona la sveglia al Sierro Lo Greco, a Laterza. Svegliarsi è semplice, l’appuntamento fissato da Peppe, il vaccaro, suona più come una sfida. L’incontro è fissato alle 4:30 di domenica mattina, mezz’ora prima della partenza della mandria. Abbiamo promesso di essere lì addirittura prima dell’orario prestabilito. Per dimostrare che anche dei cittadini, «allevati a merendine» come dice lui, riusciranno a tenere il passo.

Arriviamo che sta sellando la giumenta Morella, Peppe saluta e ci porta a prendere un caffè. È contento di partire, la sua famiglia è a Calvello, in Basilicata, e non si vedono da tanto tempo. Dopo il bar si va direttamente verso le vacche, le «corna», come saranno chiamate per tutto il viaggio, o «campane», dipende dal momento. La mandria è addormentata in una specie di cava rotonda, a ridosso della gravina di Laterza. Peppe sgancia la recinzione e entra a dare la sveglia. Con la mazza e ripetuti «ooh» le vacche e i vitelli si alzano svogliati, con lo sguardo pieno di sonno. Alcune sono incuriosite dalla presenza di due estranei. «Non vi conoscono» dice Peppe «ma non vi preoccupate, vi vedono molto più grandi di loro e hanno paura». Sarà, ma essere circondati da bestioni da quattro quintali, vacche podoliche con lunghe corna, non mette sicurezza. Almeno non ancora.

La prima volta che abbiamo visto Peppe era una mattina di maggio. Ci portò da lui Roberto Barberio, il proprietario del Sierro Lo Greco, una sorta di agriturismo biologico tra Laterza e Ginosa. Per partecipare alla transumanza era necessario farsi accettare dal vaccaro, assicurargli che non saremmo stati un peso né un impiccio. «Tanti sono venuti da me e mi hanno detto che volevano fare la transumanza – disse ironico – ma poi nessuno si è fatto più vedere». Un mese dopo ecco l’alba della partenza, e la conta le corna che escono dal recinto e che si incamminano verso il Volturino, sui pascoli estivi della Basilicata orientale.

Appena arrivati i padroni della mandria, Valentino e Bruno Sarli, ci si mette a contare i capi, per avere un numero di riferimento: «Valentino, conta – dice Peppe appoggiato al bastone, mentre la polvere della mandria copre il sole – che durante la camminata sai quante se ne perdono? Io non ne ho bisogno, le conosco una ad una». Infatti le conosce tutte per nome, dal vitello più piccolo, Antonio, di appena una settimana alla vacca più anziana, Cerruti, capomandria, campana grossa, di anni 24. Durante uno degli incontri a Laterza, un paio di settimane prima della partenza, scherzando chiedemmo se aveva dato un nome alle vacche. Rispose di sì, che non solo avevano un nome ma che rispondevano se chiamate. Una di loro non uscì per strada a mangiare le foglie di un albero di fico. «E lei chi è?» «Quella è Lustrantina» disse mentre la raggiungeva di corsa per riportarla nel pascolo. Urlò il suo nome, la vacca si girò verso di lui e intuendo cosa sarebbe accaduto ritornò velocemente tra le altre.

La mandria parte, divisa in due gruppi di circa cento capi ciascuno. In testa Cerruti, l’esperienza e la sicurezza, conosce la strada a memoria. A metà Peppe in sella a Morella, dietro di lui le altre vacche, e in fondo i vitelli, che non conoscono la strada, e non hanno il passo veloce.

Passiamo velocemente la Laterza addormentata delle 5 di domenica mattina e giriamo a sinistra della chiesa della Mater Domini, in direzione della vecchia strada per Ginosa. Bruno offre notizie sulla strada. Chiediamo se percorreremo i tratturi, le mitiche vie erbose, per dirla con Italo Palasciano, che congiungevano i grandi pascoli estivi a quelli invernali, le montagne al mare. Risponde come se venissimo da un altro mondo: «I tratturi non esistono più da decenni, da quando sono stati asfaltati, inglobati nelle coltivazioni, recintati, privatizzati. Essendo pubblici, tutti ne hanno preso un pezzetto e adesso le poche mandrie che ne hanno bisogno devono allungare sempre più per spostarsi».

Ogni anno cambia la strada, ogni anno c’è qualche recinzione nuova, un nuovo cancello, un nuovo lucchetto che impedisce alla mandria di passare. Lo vedremo più tardi, dalle parti della gravina di Matera, quando bisogna allungare la strada passando in un uliveto privato, invece di usare una via molto più comoda; oppure tre giorni dopo, quando durante lo spostamento da Irsina verso Tricarico, all’imbocco di una stradina che tagliava il monte a metà e permetteva di raggiungere facilmente una fonte per far bere uomini e bestie, è comparso un cancello e un proprietario arrogante si è riservato il diritto di accesso all’acqua. Quando accadono cose del genere, Peppe sorride, fa finta di essere ignorante e prosegue dritto. Non vale la pena fare storie, che la legge è fatta da chi «sta sui palchi e parla di noi ma non ha mai visto un paio di corna». In questi casi è costretto a stare vicino alla capomandria per indicarle la via nuova. Cerruti non capisce bene questi cambiamenti, abituata com’è da vent’anni a fare stessa strada.

Laterza sbadiglia mentre le vacche scivolano sull’asfalto nuovo e rischiano di farsi male. Proseguiamo verso nord-ovest: al suono delle campane le persone escono in pigiama dalle case e chiedono dove andiamo. «A Potenza, vuoi venire con noi?». È un invito che si ripete per tutti quelli incontrati per strada. Un po’ per gentilezza, un po’ per scherzo, un po’ per necessità, l’invito ad aggregarsi alla carovana di corna e campane nasconde una realtà difficile, un mondo che resiste a malapena alle regole del libero mercato.

La partenza della carovana è stata rimandata di giorno in giorno perché mancavano gli operai, un paradosso per un momento di crisi come questo. Nessuno vuole lavorare in campagna, i giovani vogliono fare altro. Un ritornello che però fotografa la realtà.

Lungo la strada per Tricarico, sui tornanti che portano dall’incrocio di Grassano a Irsina, la mandria incrocia il cammino di Vincenzo, un vecchietto sorridente che racconta come stanno le cose in campagna. Col suo trattore si è trovato in coda alla mandria e invece di sbuffare, suonare, cercare di svicolare, sorpassare o tornare indietro, si accoda placidamente. Dal suo vecchio macinino arancione, a ogni saluto risponde col sorriso. La curiosità di conoscerlo viene ripagata con una bella chiacchierata. Era un autista per le imprese edili e ora da pensionato aiuta qualche amico per la mietitura. Oggi non va di fretta perché l’appuntamento è alle dieci e manca un’oretta buona. Di chi è la colpa, secondo lui: «Le cose in agricoltura vanno male – dice mentre ci dà un passaggio sul trattore – chi aveva messo da parte qualcosa per poterlo rivendere l’anno successivo ha dovuto gettare tutto». I prezzi salgono e scendono e la colpa è «del capitalista che se vuole ci affama in un giorno. Lui decide cosa vendere e cosa no. Noi non siamo padroni di niente, nemmeno di questo trattore». Domanda azzardata: «Mi sembra che lei sia socialista…». Sbagliato: «Socialista, io? Io sono comunista!». La campagna lucana riserva sorprese, paesi così rossi che per fare una processione bisognava mascherare la statua della Madonna.

I giovani cercano altro e per andare avanti c’è la manodopera immigrata, dall’est soprattutto: georgiani e rumeni. Il lavoro è tanto e i migranti sono l’unica soluzione per mantenere in vita un sistema che sembra non reggere più. Solo che il georgiano che arriva in masseria non conosce la lingua, non conosce il lavoro, non è motivato. Il declino forse rallenta, ma non si ferma. Eppure sarebbe semplice progettare un modo che coniughi l’accoglienza alla salvaguardia del territorio e delle risorse. I migranti sono lasciati a se stessi, alla propria capacità di adattamento. Lo si capisce dalla lingua, dal fatto quelli che si incontrano lungo la strada non parlano italiano, ma hanno imparato il dialetto. Borbottano in georgiano, ma santificano in lucano: «Mannaggia a Sant’Ruocc!».

_MAR8079 (Small)

Passiamo per un tratto di sterrato che dalla masseria Sierodistinci porta sulla strada che da Matera arriva a Ginosa. Una sosta per far bere le vacche alla cisterna della Bruma, proprio al disotto della strada. Il sole inizia a diventare caldo, le mosche fanno capannello sui vestiti, si mette mano alle borracce da grande magazzino. Peppe, in piedi sulla cisterna, conta le corna per vedere se ne manca qualcuna. Nel giro di qualche minuto si riparte, si esce sulla strada che di domenica mattina è piena di mandrie di auto dirette al mare. La mandria viva rallenta il traffico, lo blocca. Le campane camminano a cinque km all’ora ruminando l’erba che hanno mangiato prima, i vitelli scappano ovunque e cercano di infilarsi tra una vacca e l’altra per evitare le mazzate dei mandriani o per cercare le madri. Peppe e Morella fanno avanti e indietro per tenere compatta la fila, affinchè non strabordi nei seminati di cereali o di biada. Le auto iniziano a formare una fila, fa caldo.

I vaccari cercano di sistemare la mandria quanto più a destra possibile, per far scorrere il traffico. Le prime macchine passano: i bambini ridono divertiti dai quei grandi animali, i padri cercano di evitare di tamponare tori e vitelli, le ragazze ci guardano schifate, i ragazzi ci prendono in giro. L’atteggiamento di Peppe e degli altri è tranquillo, sorridente, come se non capissero che tutte quelle persone di fretta per farsi un’ora di cottura al sole sulla spiaggia ce l’avessero con loro. Ogni insulto un saluto, ogni commento un sorriso. Basterebbe un semplice gesto del vaccaro e le macchine verrebbero accartocciate, distrutte, annientate dalla forza di duecento vacche podoliche. Ecco uno scontro di civiltà, un allevatore che comprende le ragioni degli altri e li lascia passare, un gruppo di ragazzi che guardano dall’alto in basso le camicie piene di polvere e i pantaloni schizzati di letame. Eppure queste vacche danno loro cibo, latte, sono vive, hanno un nome. Le auto, spesso più piccole di Rocchino, il toro più grosso del gruppo, camminano e consumano aria, spazio, ambiente, le vacche invece camminano e producono latte, carne, concime. Viviamo sotto il sole il paradosso di una società che costruisce strade per la morte e mette da parte la vita.

Un altro pezzo di sterrato. Valentino si avvicina e ripete per l’ennesima volta di lasciar perdere, di tornare alla macchina che diventa faticoso. Il sole picchia e il caldo si riflette sulla strada bianca. Non c’è ombra e l’odore della macchia mediterranea diventa sempre più forte, assetante.

Le corna della mandria sono vacche da carne, non sono buone per il latte perché ne producono solo per i vitelli. Ma la carne non si riesce a vendere, perché, nonostante sia saporita, i «signori» nei ristoranti e dal macellaio preferiscono la fettina più morbida. I macelli non comprano più capi, che sono più costosi, ma li importano dall’Argentina, dall’est Europa. Costa molto meno e possono venderla meglio: «Sono tutti vitelli o torelli che nel giro di sei mesi raggiungono i quattro quintali. I nostri ci mettono un anno e mezzo. Te ne accorgi quando cucini la fettina che appena è appoggiata sulla padella diventa la metà. Ma la gente non capisce e preferisce quella carne che è più morbida ma non sa di niente…». È dura, e se non fosse per i finanziamenti europei per il mantenimento della razza podolica non avrebbe senso tenerle: niente manodopera e niente mercato.

Scendiamo verso la gravina di Matera. La sosta per il pranzo è sotto un ulivo nei pressi di una casa abbandonata. La mandria ha acqua e erba a sufficienza e finalmente anche gli umani si riposano. Valentino tira fuori pane e salame, pecorino, una vaschetta con pezzi di agnello condito con aromi, vino. Tutto prodotto da lui, nelle sue masserie. Per un pranzo del genere nei ristoranti si pagherebbero cifre considerevoli, mentre lui si scusa per la povertà del pasto: «Mangiate, mangiate – dice – questo è il poco che teniamo e lo dividiamo, come se fossimo una famiglia». La diffidenza verso gli estranei poco a poco si dissipa. Si parla del percorso che dobbiamo fare, della fatica della strada. Le bestie da quattrocento chili non fanno più paura, sono compagne di strada, iniziamo a conoscerle. L’armonia viene interrotta da un Suv che arriva sgommando. Esce qualcuno in giacca e occhiali da sole, è il padrone di un seminato lì vicino che ci avvisa di non far andare le corna a mangiare la sua biada. Gli offriamo un bicchiere di vino, un po’ di formaggio, ma lui rifiuta, preferisce rimanere a guardare la sua proprietà appoggiato alla macchina tedesca.

È solo la metà della prima giornata di una strada che ci porterà fino a Anzi, seguendo il Bradano dalla diga di San Giuliano e passando nel paese di Tricarico, quindi ad Albano di Lucania e poi attraverso il Basento seguendo la val Camastra, fino alla masseria Spaziante, dove i bovini saranno controllati, contati e visitati per  avere via libera, finalmente, verso il monte Volturino, dove passeranno l’estate. Aspettando dicembre quando, di nuovo, prenderanno la via di Laterza, in una millenaria andata e ritorno a cui, per una volta, abbiamo avuto la fortuna di partecipare.

Posted in: Sociale, Traduzioni